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sabato 26 marzo 2011

BIOLOGICAMENTE ATLETI: "Fibre, tra genetica e predisposizione all'esercizio"

L’esercizio fisico costituisce un potente stimolo capace di modificare sia le caratteristiche strutturali sia quelle funzionali, delle fibre muscolari scheletriche e parte di questo adattamento passa attraverso la plasticità qualitativa. E’ facile quindi aspettarsi che le diverse modalità di esercizio comportino una differente risposta adattativa in termini di composizione muscolare e di relativo contenuto in isoforme della miosina.
In particolare, un’attività fisica prevalentemente anaerobica, che richiede lo sviluppo di elevata potenza (sprint e palestra con sovraccarico) sarà verosibilmente associata a un aumento percentuale delle fibre veloci, potente e scarsamente aerobiche.
Questa ipotesi è stata stabilita da numerosi studi trasversali che hanno reclutato popolazioni di atleti, maratoneti e centometristi, i cui muscoli, analizzati in termini di composizioni percentuale in tipi fibrali, hanno dimostrato un quadro coerente con il carico funzionale adottato, ovvero una maggiore espressione di miosine veloce in atleti dediti ad attività ad alto carico e una maggiore espressioni di miosine lente in chi svolge attività a basso carico.
Un’altra ipotesi plausibile che necessità di solide conferme sperimentali dal punto di vista biologico, tocca proprio le basi della fisiologia dell’esercizio si basa sul rapporto, presumibilmente personalissimo, tra predisposizione genetica e ambiente.
E’ infatti possibile, che la composizione muscolare e quindi la diversa distribuzione  percentuali in tipi fibrali rappresenti, nel singolo soggetto, l’esecuzione di un codice già scritto e che la plasticità qualitativa secondaria a esercizio possa svolgere un’azione di: fine tuning, ovvero la modulazione dell’espressione proteica del muscolo scheletrico, con diverso impatto sulla prestazione contrattile.
A favore di questa ipotesi gioca la predisposizione individuale allo sport, nonché i risultati di studi trasversali in popolazioni di atleti che normalmente eccellono nella disciplina analizzata.
Il grado di acidità all’interno della fibra o nel sangue risulta in funzione della quantità di ioni H+ presenti nell’una o nell’altro; per definirlo si usa il pH che è dato dal logaritmo, con segno negativo, dalla concentrazione degli ioni H+.
Per il preparatore atletico della disciplina del calcio, a ogni modo, non conta, capire che cosa sia di preciso il pH, ma egli deve aver ben presente che tanto più aumenta il grado di acidità quanto maggiori diventono i problemi della fibra.
Quando, in particolare, si arriva ad un certo grado di acidità dentro alla fibra, essa viene messa “fuori uso” ossia non più far causa all’esercizio fisico, per lo meno, fin quando una parte degli ioni H+ non viene smaltita.
E’ probabile, del resto, che la fatica transitoria, quella in cui vanno incontro i giocatori nel corso di una partita di calcio, sia dovuta proprio a tali ioni.
Se infatti, la concentrazione degli H+ arriva a una data concentrazione (pH critico), si blocca il funzionamento di alcuni enzimi e non si produce più energia con il meccanismo lattacido. Questo può essere considerato un modo per difendersi dall’organismo, poiché viene impedita l’ulteriore produzione di ioni H+  e si evita l’esposizione a un’aumentata acidità, da cui potrebbero derivare grossi danni alle fibre. Si deve tenere comunque conto, che quando una fibra è “fuori uso” e il muscolo deve continuare a lavorare, un’altra fibra prende il suo posto (una sorta di turn over).
Se però, sono molte le fibre messe a riposo contemporaneamente e se si tratta di fibre tutte dotate di molta potenza, nel momento in cui non ci sono più fibre che sono altrettanto valide da tale punto di vista e che la possono sostituire, si riduce la potenza espressa dal muscolo.
Più in genera insomma, chi si allena bene e in modo conforme ai carichi e alla densità di ogni singola seduta di allenamento, può difendersi megli dagli ioni H+ e ciò grazie a vari altri adattamenti.

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